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MISTERO E SAPIENZA



Emozione intensa, caro Lucio, pienezza di sensazioni,
un incontro travolgente quello con le tue opere,
così colme di rimandi, dense di fluttuante matericità,
cariche di energia generante e, soprattutto, esplosioni
e ricettacoli ad un tempo di indicibile intensità.

Universi nei quali immergersi con lo stesso abbandono
con cui si compie il salto mistico nell’ignoto
e con la medesima certezza di essere accolti
in un non-luogo pieno di segni, di tracce
per ritrovare la direzione, ciascuno la propria,
e camminare nella multiforme abbondanza di simboli e sentori
che richiamano mondi infiniti, che schiudono porte sapienti
sui paesaggi dell’anima.

Molte visioni, molti saperi che si intuiscono e si donano
allo sguardo che ascolta e vede al di là dell’immagine e del segno,
oltre il tempo e lo spazio limitati dalla mente che osserva
e dalla ragione che vuole capire e circoscrivere.

Percorsi mirabilmente differenti
che dicono della complessità davvero “abbracciante” dell’esistenza
che non si risparmia e non accetta di semplificarsi,
perché c’è una totalità dell’essere che non può
che essere intuita e accolta come mistero e sapienza.

Giuliana Berengan
29 luglio 2015
LA TEORIA DEL BISONTE

Se l’opera d’arte è definita come “ritualizzazione”è rituale il compimento del processo di esecuzione.
Che cosa sta a significare la connessione del rito con l’opera artistica, con il prodotto visivo?
Il rito è una via per interpretare e dominare la realtà: è un modo per appropriarsi dei fantasmi che esistono e si muovono latenti nell’inconscio; fantasmi che turbano proprio perché non hanno una loro concretizzazione nel reale, non sono materia di percezione, di razionalizzazione e di possesso.
L’operazione artistica che attinge dalla realtà del soggettivo, del profondo, assume in questo processo di appropriazione della materia una specie di valenza magica: il prodotto che ne scaturisce è così una sorta di materializzazione di un processo interiore, mentale.

La ritualizzazione dell’operazione artistica è una forma di “magia” che consente di dare corpo agli elementi soggettivi che si sono formati nel pensiero e sono parte della capacità conoscitiva.
L’artista, mago sciamano, crea come negli antichi rituali, il contatto tra l’incomunicabile e la materia reale.
Se, tramite l’oggetto, si crea comunicazione tra realtà soggettiva e realtà esterna, la ritualizzazione ha il suo corso e in tale ambito il rito assume anche il suo valore di atto mentale, di segno, di gesto, di conoscenza.
L’uomo originario prima della caccia disegnava l’animale; l’operazione, nella sua ritualità magica, tendeva ad assicurare la buona riuscita della caccia.

La rappresentazione dell’ oggetto rimandava e preparava al possesso dello stesso: il processo mentale-immaginifico preludeva all’ atto.
Conoscere significava quindi già avere gli strumenti per possedere e dominare la materia.
L’immagine, frutto a sua volta della formulazione mentale della forma e della conoscenza concreta dell’oggetto, realizzava, in certo modo, la simbiosi tra area onirico-conoscitiva e realtà concreta, attuata, gestuale.

Immagine come tramite tra conoscenza interna, soggettiva, teorica e conoscenza attuata attraverso l’esperienza concreta dell’ azione compiuta sulla materia.
Immagine come attività di astrazione e preludio dell’ esperienza pratica di appropriazione della materia e dominio del reale.

Che uso fanno dell’ immagine gli uomini del XX secolo?
L’uso, la costruzione dell’ immagine è un rito di pre-appropriazione del reale o un completamento del vivere dell’ uomo come soggetto esso stesso di appropriazione da parte della realtà, in simbiosi con le sovrastrutture?

L’arte, o meglio forse la tecnica artistica, è ravvicinabile all’ uso di un utensile che, all’ occorrenza, serve a manipolare delle forme materiche astratte (i prodotti della mente, della conoscenza) consentendo di risolverli in immagini concrete, benché quelle forme non abbiano nel concreto, nel reale una loro vera esistenza.
E’ chiaro che non può esserci corrispondenza totale tra immagine costruita dal pensiero e sua realizzazione materica, ma non soltanto nel senso che potrebbe richiamare le forme dell’ astrattismo o del cubismo o di altri movimenti che in qualche modo stravolgono il banale piano percettivo (la percezione “sensoriale” della mente non è la stessa percezione sensoriale della vista o di altri sensi), bensì nel senso che l’immagine ha una sua ragione solo nel momento in cui ritualmente si usa come forma di pre-azione, pre-appropriazione in assenza dell’ oggetto/prodotto non ancora presente nella sua concretezza. Nel momento in cui l’oggetto è realizzato termina la sua funzione magica.

Quando il primitivo ha catturato il bisonte, quell’ oggetto concreto può e deve essere usato, mangiato, in sostanza distrutto perché questo è il segno del possesso reale.
L’immagine precedente al possesso non ha più senso perché il rito è finito e resta vuota forma fino a quando una nuova immagine verrà dipinta all’ interno della cerimonia rituale.
L’opera d’arte, il prodotto finito è assimilabile al bisonte poiché è la concretizzazione, il possesso dell’ oggetto formatosi come immagine.
Ma nel nostro caso l’immagine non rimane nemmeno come forma, perché la forma è l’idea che si è delineata nella mente dell’ artista. Anche qui l’unica forza creatrice che permane è la potenzialità di ricostruire il rito nella formazione dell’ immagine.

Il prodotto può e forse deve, anche in questo caso, essere distrutto per evitare che l’oggetto diventi feticcio e possa dominare l’artista anziché esserne dominato.

Un bisonte imbalsamato può essere bello in una esposizione di cadaveri, in un Museo, ma è la sopravvivenza “antiquaria” di una materia che ha perduto la sua funzione attiva-primaria, crudele ma necessitata: essere cibo, alimento, carne e sangue indispensabili al ciclo vitale.
Paradossalmente l’oggetto è vivo, serve al ciclo vitale solo se può morire ed essere distrutto nella sua materialità.

Il concetto di “bello a vedersi” si sostituisce a quello “funzionale” alla vita del cacciatore.
Il bisonte diventa più importante di colui che l’ha prima pensato e poi posseduto.
Ma il bisonte è morto, il suo cacciatore è vivo e può continuare a produrre immagini di bisonti ed a cacciarne.
Il visitatore del Museo preferisce la bellezza cadaverica del bisonte alla forza creativa del cacciatore che, nella sua quotidianità, sapeva unire vita e morte.
L’artista resta vivo mentre il suo prodotto ha terminato di avere valore per lui nel momento in cui è uscito dall’ambito rituale.
Gli è servito come strumento per rendere esplicito il processo conoscitivo e quindi per portare più a fondo la propria forza di intervento sulla realtà.
A questo punto il prodotto non gli serve più: continuare a guardare quel prodotto come “bello” significa contemplare il cadavere imbalsamato del bisonte.
Oggetto, prodotto artistico e artista non sono identificabili come non sono identificabili cacciatore, immagine del bisonte e bisonte.

A questo punto la posizione dell’artista e quella del fruitore si divaricano.
Per l’artista l’immagine rimane come traccia del rapporto da lui stesso instaurato tra esterno e interno: un residuo liberato della mente, una sorta di escremento che segna tangibilmente la assunzione e la trasformazione della materia. Anticamente lo sterco era un segno importante: indicava la presenza e la direzione presa dal branco.
Così l’oggetto d’arte può rimanere come traccia tangibile e nel contempo distruttibile del passaggio umano e della sua direzione: materia corporale, forma vissuta che può essere intesa come segno di comunicazione e di intendimento.
Al fruitore si aprono diverse possibilità: superare la mediazione del prodotto materico e rapportarsi direttamente all’artista che ha, nel suo ciclo vitale, la potenzialità di produrre altre tracce; portarsi a casa l’oggetto-feticcio che a questo punto può essere l’opera o qualunque “pezzo” d’artista: gli abiti, i capelli, la voce registrata.
Ciascuna di queste possibilità può inoltre moltiplicarsi con il modificarsi delle condizioni soggettive e oggettive: in questo senso parliamo di arte come processo all’infinito.
L’opera d’arte è un atto che può essere “usato” in molteplici modi, una traccia discutibile e distruttibile.
La produzione dell’immagine che nel concreto non c’è nasce come rituale necessità di assolvere, nel moto continuo del quotidiano, alle richieste provenienti dal lavoro-caccia condotto sul terreno della conoscenza.
L’area di caccia è la soggettività nelle sue molteplici forme; la pista da seguire altro non è che la ricerca della “verità” attuabile al di là delle contraddizioni; la preda è divenuta il sogno.

Giuliana Berengan
29 luglio 2015

















giuliana berengan


[ 29-07-2015 ]

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LA TEORIA DEL BISONTE